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C'era una volta la vigna a Matrice

"Una volta qui c'era una bella vigna, ricorda, con nostalgia, z Pepp, poi, l'ho dovuta sradicare, perché "z n-c-n -rav tutt" (le foglie si ammalavano, si ricoprivano di una patina, come la cenere).
Inizia così il ricordo di Z Pepp, uno dei tanti anziani di Matrice, che ci racconta con minuzia di particolari, degni di un professionista, la storia della vigna, dalla messa in terra della pianta selvatica, alla sua graduale crescita.
Il suo parlare, ricco di modi di dire, di proverbi, affascina e mostra il suo sincero attaccamento alla terra, presente in tutti gli anziani matriciani, che per secoli, guidati dalla saggezza popolare, hanno perpetuato il culto della vigna.

Enuncia … "Vignj delle tue mani e uliv di tuo padr" … e, poi, spiega: "se si pianta una vigna, dopo qualche anno è possibile raccoglierne i frutti, invece perché si produca l'ulivo c'è bisogno di molti anni, quasi 25 (almeno così era una volta), quindi se vuoi una vigna puoi fartela, non così per l'uliveto.
Z Pepp spiega come è necessario preparare il terreno, prima della posa della "barbatell" (il vitigno selvatico); bisogna "scat-nà" (rompere le zolle) e fare dei solchi profondi… piantare le barbatelle e chiedere, poi, l'intervento di una persona specializzata, per fare l'innesto, a seconda del tipo di vite che si vuole ottenere.
Ricorda come Matrice, una volta, era "ar-nnu-mm-nat" per "la t-n-tiglj" (la Tintiglia), mentre Montagano per il Moscato, anche se qualche contadino aveva anche altre qualità d'uva "quella tosct" (quella dura), Malvasia e Montepulciano.
Dopo aver scelto il tipo d'uva desiderato e fatto l'innesto, bisognava attendere qualche anno, per ottenere i primi grappoli d'uva.
Sempre con precisione, Z Pepp aggiunge che le nostre vigne non erano a "filoni": si sceglieva di fare viti basse, che producessero meno e che dessero frutti più buoni e di gradazione superiore, così le viti, non sfruttate al massimo, duravano più anni.
Anche la sua avrebbe adesso avuto più di 50 anni; purtroppo richiedeva tanto lavoro e lui non era riuscito a sostenerla, a curarla e, poi, tutto il lavoro non era ricompensato da un guadagno reale; come tanti altri, aveva dovuto disfarsene, sradicando tutto.
La vigna necessita di tante, tantissime attenzioni: già verso Natale, bisognava mettere dei rinforzi "cann e palill" (canne e paletti); "l palill" erano bastoni di legno dritti, che venivano legati agli alberi, durante l'inverno, perché non si piegassero e venivano utilizzati per sostenere le piante di vite.
Verso marzo si zappava la terra, bisognava rimuoverla tutta, dal basso e dal profondo (per 20-30 centimetri) e, con "l temp" (altra terra fresca) ricoprire le eventuali radici superficiali, che, se lasciate scoperte, avrebbero indebolito la pianta.
Zappare era un lavoro pesante, faticoso che richiedeva, generalmente, la mano d'opera maschile.
Un po' silenzioso, come assorto nei suoi pensieri, Z Pepp forse si rivede giovane nella sua vigna e, seguendo un suo ordine mentale, continua: verso aprile-maggio "zeva n-zu-l-cà la vignj" (bisognava fare dei solchi nella vigna) si zappava di nuovo e, in più, si facevano, fra una fila e l'altra di viti, dei solchi, col bidente, al centro dei quali venivano piantati i fagioli.
Verso la fine di maggio, si procedeva alla prima "sctannatur" (bisognava tagliare i teneri tralci); a Matrice, allora, si diceva: "quill ch pot la vignj iè quill ch sctann" (pota la vigna quello che taglia i primi tralci). Bisognava conoscere bene l'evoluzione della pianta e saper scegliere quale tralcio lasciare e quale, invece, tagliare; quale avrebbe, l'anno successivo, potuto portare dei frutti e, quindi, non essere toccato.
Bisognava operare con intelligenza e saggezza, acquisita con anni di esperienza.
Per un po' di tempo, la vigna non andava toccata perché "iev in scior" (era in fiore), e questi, ad un lieve tocco, potevano cadere e disperdersi;
se, invece, " z l-gav-n" (si legavano) quei fiori si sarebbero trasformati in piccoli frutti.
La vigna non andava toccata fino ai principi di giugno, quando "z'allacciev" (si effettuava la prima allacciatura); si sostenevano i rami e i tralci, legandoli con giunchi, ma quelli buoni, continua Z Pepp, non quelli marini, che si rompevano facilmente. A Matrice, ce n'erano di ottimi nel bosco, presso la Fontana del Sambuco, potevano essere trovati sempre presso i corsi d'acqua, i valloni e qualcuno li dava anche ai vitelli, sempre se erano tenerissimi.
Il racconto di Zio Peppe prosegue: verso il 15 o il 20 luglio, si andava "appart-llà la vignj", si procedeva, cioè, ad un'altra legatura e, con la falce, si tagliavano i rametti nuovi; si cercava, inoltre, di dare un garbo a tutta la pianta; C'era chi univa i rami di una vite, con quella precedente, formando un arco "lu pagliariell".
"Appart-llà" significava, quindi, aggiustare: togliere le foglie inutili e lasciare quelle, invece, che avrebbero dovuto proteggere il grappolo d'uva dall'eventuale grandine, tagliare anche alcuni rametti, in modo tale da permettere una perfetta aerazione della pianta.
Se ci si accorgeva, poi, che la vite stava soffrendo, perché i pampini "zabbr-tiev-n" si accartocciavano, oppure perchè era stata attaccata da qualche parassita, bisognava subito procedere ad una medicatura, con "pietra turchin" e calce, comprati da Z M-chel Basilij;
Si accendeva un fuoco, presso il pozzo e, dentro un tegame vecchio di rame, si scioglievano i pezzi di pietra turchina, si versava il composto "a n piunz" (nelle bigonce), dove c'era già l'acqua, attinta dal vicino pozzo e, tenendo conto che ogni bigoncia poteva contenere una 50ina di litri d'acqua, bisognava stare attenti alla proporzione della pietra turchina da utilizzare (un tot, per quintale). Si aggiungeva della calce, che serviva da legante, per permettere alla pietra turchina (che era il medicinale) di attaccarsi sulla pianta. Se la vite era stata attaccata da un certo parassita, si spruzzava della polvere di zolfo, sulle foglie, "ch lu mant-cett" (col mantice).
Se il tempo era asciutto tutto andava bene, ciò che danneggiava la vigna, dice Z Pepp, era l'umidità, erano quelle "sperg" (quelle spruzzatine d'acqua) in pieno sole: era come buttare sulle foglie dell'acqua calda.
La vigna aveva necessità di tanta attenzione e cura, veniva medicata quante volte ne aveva bisogno (anche sei o sette volte).
Chi come mio padre, racconta Z Pepp, aveva anche qualche animale, da accudire, verso giugno, non sapeva cosa fare prima e trascurava la vigna. A giugno bisognava, infatti, ritirare il fieno per gli animali, zappare il granoturco, che era appena nato e, se si tralasciava, per qualche giorno, di fare questi lavori, una volta tornato nel campo, si rischiava di non riconoscere più le piantine di granoturco, perché soffocate dalle erbe selvatiche.
A Matrice c'era un proverbio: "la vignj e l'uort von l'om muort" (la vigna e l'orto vogliono l'uomo sempre a disposizione, morto per gli altri lavori).
Se non si era disponibili subito, per i lavori nella vigna, perché impegnati nel fare il mucchio di fieno o altro, (per gli animali), ci si poteva ritrovare con una invasione di erbacce, che compromettevano la vite stessa e la produzione futura di uva.
Bisognava avere la massima attenzione, ecco perché quei contadini che avevano solo la terra e più tempo da dedicare al vigneto, erano anche gli stessi che producevano tanto e buon vino.
Z Pepp, ricorda che "cavabball" (verso valle), verso la parte bassa del territorio matriciano, c'erano degli ottimi produttori di vino, sia perché il terreno era più "gentil" (sabbioso e facile da rimuovere), sia perché erano pezzi di terra soleggiati, riparati dai venti e anche perché questi contadini (Z Col e Z Pasquol Tanazj, Quill Innaron e Cola Cafagniecch) erano disponibili e sempre pronti ad intervenire, nel caso la vigna richiedeva un ulteriore intervento.
Verso la fine di luglio o i principi d'agosto, prosegue l'anziano matriciano, dopo aver raccolto i fagioli, che erano stati messi al fianco delle viti, si zappava di nuovo e, siccome l'uva già "z p-tt-iev" (si tinteggiava), qualche acino si pitturava, cominciava ad assumere un colorito giallognolo, mentre si zappava la terra, si poteva già assaggiare un po' d'uva.
Si interveniva di nuovo, zappando, per togliere dalla terra "l ri-sct-cchiun", quelle erbacce pungenti, che avrebbero, altrimenti invaso tutto e soffocato le viti.
Z Pepp, a questo proposito, ricorda un altro proverbio: "Chi zapp la vignj d'ausct arregnj la cantin di musct" (chi zappa la vigna in agosto riempie la cantina di buon mosto)
Intanto che si lavorava la terra, si poteva "p-zz-chi-iè" (pizzicare), spilucchiate, gustare qualche acino maturo.
Ricorda Z Pepp che, per il 15 di agosto, c'era Z Urban Salott che andava a vendere la sua uva già matura, a Santa Maria della Strada e…ridendo, aggiunge che lui, insieme ad altri ragazzotti di allora, di notte andavano a far visita alla vigna di questo z Urban, che aveva molte viti di moscato, per prenderne alcuni grappoli.
Oggi l'uva è disponibile sui banconi dei supermercati tutto l'anno e, probabilmente, quanto detto da Z Pepp potrebbe sembrare una esagerazione, certo una volta….la povertà faceva sgranare gli occhi anche davanti ad un grappolo d'uva "ch chill bell p-ll-trun" (con quei bei grossi acini).
Sereno e spensierato, Z Pepp continua, ricordando come a montavano si produceva il Moscato e, con un pizzico di malizia, sottolinea che era di gradazione inferiore al Moscato matriciano, dolce e frizzante…altro che spumante.
Quante volte, da giovane "za tuot na pell, ma da fess" (si è ubriacato, per niente) … si era ubriacato, solo perché aveva bevuto il vino a digiuno.
Arrivava, così, verso ottobre, se il tempo si conservava caldo e bello, anche la sospirata vendemmia; se, invece, c'era freddo, la raccolta dell'uva veniva protratta per le feste di novembre.
Ricorda z Pepp che tre persone (Cicc Ratin, Cola Tanazj e Cafagniecch) lasciavano maturare l'uva per più tempo; erano sempre gli ultimi a fare la vendemmia, per cui avevano il vino migliore di Matrice.
Nei giorni della vendemmia, era uno spettacolo vedere uomini, donne e bambini, tra i filari, inginocchiati, accovacciati a raccogliere quei bei grappoli d'uva e adagiarli, con rispetto e attenzione, per non rovinarli, dentro "l m-niell" e, una volta riempiti, portarli in testa, al limitare della vigna e rovesciarli nelle bigonce, che servivano poi, anche, per il trasporto dell'uva in paese, a dorso degli asini. I contadini più ricchi, invece, avevano nelle masserie, sullo stesso podere della vigna, tutto l'occorrente per la spremitura e la fermentazione del mosto.
Ancora oggi, si trovano a Matrice molti casolari abbandonati, specie verso "lu cupon, chien m-lin e labball" che hanno, in un angolo "lu pa-l-mient" (una grande vasca), nella quale si faceva fermentare l'uva. La vasca era tutta di pietra e, verso il basso, c'era una pietra sporgente, a mò di becco, la cannula, dalla quale usciva il vino, dopo aver tolto un tappo di legno, avvolto in una pezza.
Chi non aveva il casolare attrezzato per la vendemmia trasportava l'uva in paese e faceva tutti i lavori "a nu fu-n-ch" (uno stanzone al piano terra) un locale rustico, che serviva, in inverno, anche per la depezzatura del maiale e la essiccazione degli insaccati.
L'anziano matriciano, compiaciuto perché, col suo racconto, ha catturato la mia attenzione, sorridendo continua: l'uva veniva deposta nella "mes" (grosso contenitore di legno) e veniva pigiata coi piedi; solo più tardi, quando ormai ero un giovanetto, sono comparse, anche a Matrice, le macchine per macinare l'uva e i primi a possederle sono stati "Z Masctr, lu Carc-rat e Sp-da-lier".
Queste macchine erano "una mosca bianca", rare e venivano chieste in prestito; chi prestava la macchina aveva diritto a fare anche la spremitura col torchio e aveva, in cambio, un minimo guadagno, potendo spremere ulteriormente i vinacci e i raspi, che venivano lasciati nel suo locale.
Una volta pigiata, l'uva, con tutto il suo succo estratto, veniva messa nei "s-cchiun" (grossi secchi di legno) dove fermentava "a-r-vullev" per una settimana o 10 giorni; quando tutti i vinacci e i raspi venivano a galla, in superficie, si capiva che era giunto il momento di togliere i raspi e il vino veniva messo nei bottiglioni, mentre i vinacci e i raspi portati al torchio e da quest'altra spremitura si otteneva un liquido più amaro e acido, chiamato "lu sprisciatur".
Molte famiglie, specie quelle più povere, facevano "l'acquot": prima ancora di portare i vinacci al torchio, li lasciavano nel recipiente e vi aggiungevano 2 o 3 tine di acqua, poi lasciavano macerare il tutto per 2 o 3 giorni; questo vino "debole", di pochissima gradazione, era il primo ad essere bevuto, quello buono, invece, veniva conservato per le feste o per le occasioni particolari.
L'acquot era un vino annacquato, che non faceva male, sempre meglio del vino "cu lu bascton" (il vino fatto con polvere chimica), che non è da ritenersi vino, ma bevanda che danneggia.
Il vino, lasciato nei bottiglioni scoperti, continua la sua bollitura, continua a "lavorare"; è un elemento sempre vivo, che assorbe anche gli odori, per questo in cantina, suggerisce Z Pepp, non dovrebbe esserci nient'altro, invece, una volta, si aveva la pessima abitudine di conservare, accanto ai bottiglioni, le patate, i fagioli, le "cantr" (recipiente di terracotta) pieni di salsiccia, "l p-pun" (i peperoni sotto aceto), perfino l'aglio e le cipolle.
Appena arrivava la prima mancanza, la prima luna calante, si effettuava il travaso: tutti i bottiglioni venivano svuotati, il vino messo nel grande secchio e la "fecc" (il fondo), tutto quanto si era depositato nel fondo del bottiglione, veniva separato e messo nei bottiglioni di vetro particolare, quelli con una grossa pancia e collo lungo, chiamati "scarrafun", dove si lasciava fermentare, per ottenere del buon aceto.
Venivano di nuovo riempiti i bottiglioni, quasi fino al collo, e questa volta si aggiungeva un po' d'olio, che serviva da isolante, non permetteva, cioè, che l'aria danneggiasse il vino.
Z Pepp ricorda che, quando si doveva, poi, utilizzare il vino, con accortezza, bisognava prima togliere l'olio, con un apposito attrezzo, chiamato "lu tiraoglj" e i più poveri usavano la "spoglj", la brattea di granoturco: si versava un po' d'acqua, l'olio veniva a galla e poi si immergeva la foglia di brattea, che fungeva da assorbente… poi, ancora un po' d'acqua e, così, fino a che non si aveva più l'olio sul vino. Ma, ricorda Z Pepp, ogni tanto capitava di vedere quelle fastidiosissime goccioline d'olio nel vino…allora, eravamo "alla buon" non eravamo permalosi, non potevamo permetterci di buttare neanche un bicchiere di vino, con quel poco che avevamo.
Il vino riposava ancora per qualche mese, a gennaio veniva di nuovo travasato ed imbottigliato ed, infine, verso la mancanza di giugno, quando la vigna era di nuovo in fiore, un altro travaso, proprio in corrispondenza della fioritura della vigna, che ricominciava il suo ciclo; il ciclo dell'uva che diventa vino.
Z Pepp, soddisfatto per essere riuscito ad espormi tutti i suoi ricordi sulla vigna e sul vino, vuole concludere con un ultimo detto matriciano: "s viv a nu v-cal… può vev quant t par" (se bevi al boccale, puoi bere quanto ne vuoi), (nessuno potrà misurare quanto ne hai, veramente bevuto), e aggiunge che, dopo un po', si vedrebbero gli effetti, e suggerisce, quindi, per tutti, prudenza e moderazione, perchè il buon vino, se bevuto senza misura, può arrecare danno.



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